giovedì 30 ottobre 2014

MELODIA


 
Cetty

Amore inebriante
intrigo dei sensi
 vento insistente
che batte sui vetri
grondanti di pioggia
aleggia un  mistero
sipario stagliato
al confine di un sogno
che s’accende
 di rosso scarlatto
   illuminando  scie di sgomento
                                           spasimo pulsante
 d’ elettrico divenire
fulgido ed avvolgente
che schiude
 un’estasi infinita
nel suono vibrante
di un flauto magico
in un concerto d’amore
rivissuto ai margini del tempo
(Cettina G.)

venerdì 24 ottobre 2014

EFFIMERO

Cetty




                                       Tutto è venerato 

nel Tempio dell'Apparenza;

prigioniera

 nella ragnatela dei pensieri

in un intricato labirinto,

d’illusioni e desideri.

 Imbocco,

 quella che sembra

la strada giusta

 tranne, poi,

ad apparirmi subito confusa

lastricata di pietre,

pungente per le spine.

Ma le ferite

 sono subito lenite,

le piaghe

 curate lentamente

e guarite dal tempo.

Il passar degli anni

non porta tristezza:

è la proiezione dei desideri;

rappresenta la ricompensa

   del torneo della vita

sfida quotidiana

a quei mostri generati

 nel profondo dell'anima,

vittoria di una continua

battaglia silenziosa

senza frastuono d'armi

senza rivoli di sangue.

  D'improvviso

 tutto è cancellato...

Proiettata nel futuro

guardo sempre avanti

come una saetta

spinta da una corda tesa

al massimo di me stessa:

il DOMANI, il DOPO

filosofia della mia vita

 sono traguardo dei sogni,

forse realtà

 dalle mille illusioni

 profondo anelito

 del mio cuore.


(Cettina G.)


Cetty

venerdì 17 ottobre 2014

ADAGIO

  (Cettina)


Profumi del cuore

onde sonore sfiorate

nel guado del tempo

che libera ansie

sconfigge conflitti

conflitti  frustranti

intersecati nei lustri

ombre annodate

slacciate nell’abbandono

di anni su anni

riverbero di un’età che avanza

e non trattiene lacci

nell’attorcigliarsi di sentimenti

accavallati

ma il cammino scioglie la ruggine

libera gli affanni

stira le pieghe del rancore

inutile ed obsoleto

il rancore che attanaglia giovani vite

orgoglio di un IO

non ancora rinvigorito

né plasmato dalle burrasche giovanili

che sbatte contro

 scogli di superbia e potenza effimera

Il tempo scioglie le briglie

al cavallo sfrenato ed impetuoso della gioventù

che come l’imbattibile Achille

sferra e combatte

l’impetuosità del galoppo

ma poi l’accumulo degli anni

 cede il posto al lento trotto

per adagiarsi verso cammini

lenti e nebulosi

 ove tutto è revisionato

dalla savietà del tempo

(Cettina G.)


(Cettina) 

sabato 11 ottobre 2014

DALLE PAGINE IMPOLVERATE DI UN VECCHIO UOMO


                                    Ancora  un racconto di Andrea ,mio nipote

                                   (dal web)


Mi piace la notte. Quando le luci si spengono, i rumori del giorno muoiono, la frenesia arretra, le cattiverie, le ambizioni, le ingiustizie, le intolleranze, i business, le credenze retrocedono alla quotidiana tregua del mondo, io rinasco. Mi accendo, mi riempio di vita. Mi è difficile spiegare il perché di tutto ciò, credo sia scritto nel mio codice genetico, nella mia essenza vitale. Fin fa piccolissimo ho amato la notte. I miei fratelli e i miei amici avevano paura del buio, andavano a dormire presto sperando che il giorno rinascesse prima che loro se ne fossero accorti. Io non ero così, io restavo sveglio. Sono cresciuto in un ambiente del tutto rurale, i miei genitori erano allevatori, avevamo una piccola azienda di formaggi nella periferia della città. Niente di trascendentale, mio padre era un uomo onesto e buono, non proprio gli attributi del grande, inarrestabile imprenditore. Tiravamo dal pozzo i soldi necessari allo stretto mantenimento di una numerosa famiglia di 6 elementi. Quando si riusciva ad andare oltre, si mettevano i guadagni in un libretto di risparmio a nome di mio padre. Risparmi che ci hanno fatto comodo in alcuni periodi di naturale crisi, che fortunatamente non hanno mai ucciso l’azienda, nè i sogni dei miei genitori.



Ebbene, mentre i miei fratelli andavano a dormire stanchi, sognando il nuovo giorno che sarebbe nato, io uscivo dalla mia tana, uscivo a sdraiarmi tra le steppe della nostra fattoria. Il silenzio della campagna è un silenzio poetico, quel silenzio che accompagna il canto dei suoni notturni, cosi lievi e assonanti, che ti fanno pensare che esista un grande cantastorie ancestrale , desideroso di cullare i tuoi sogni con la sua grande chitarra del mondo. E quando la chitarra del mondo suona, tu senti che le porte del tempo arrivano ad un passo dal chiudersi davvero. Quelle porte che si spalancano durante il giorno, lasciando che le cose le oltrepassino in fretta, troppo in fretta, senza ostacoli. Oggetti, sensazioni, visioni, uomini, storie, dinamiche, paure, gioie, passano quella porta con forza, attratti dal vento impetuoso che le sospinge, per perdersi nell’oblio che si staglia oltre la soglia. E quando lo fanno non si voltano mai indietro. E’ un modo come un altro per dire che la vita fugge a ritmi che non comprendiamo mai del tutto. Durante la notte invece, quelle stesse porte si accostano, pian piano, l’un l’altra, senza mai chiudersi del tutto. Quando lo fanno , solo un piccolo, verticale spiraglio rimane aperto. E allora le cose continuano sì a passare, ma i ritmi rallentano, la vita è costretta a d uscire pian piano, facendo passare dallo spiraglio i propri elementi ad uno ad uno, in fila indiana. Il potente vento del tempo perde il suo vigore, e gli attimi della nostra vita possono finalmente voltarsi, voltarsi e guardarci nell’anima, e sono gli unici veri momenti in cui l’uomo entra in contatto con l’uomo. Possiamo addirittura avvicinarci, lentamente, accompagnando l’equilibrio del silenzio, e gettare uno sguardo dietro quella fessura. Durante il giorno il frenetico, impetuoso vento del tempo ce lo impedirebbe, ci sbalzerebbe lontani, mentre la nostra vita ci sfugge di mano. Di notte possiamo farlo, guardare oltre l’oblio, e cogliere qualcosa di ciò che verrà, dal futuro che durante il vorticoso turbinio del giorno ci spaventa. E soprattutto, durante la notte, quando le porte del tempo si accostano, e il vento del divenire si placa, possiamo sentire lui, il grande cantastorie ancestrale con la sua chitarra, e le melodie placide che seguono l’orchestra del silenzio, della pace, e della poesia.

Ecco forse, se mi aveste chiesto allora  cosa provavo durante quelle notti passate insonni nelle praterie della mia fattoria, non vi avrei risposto così. Ero un bambino, e avrei potuto dirvi solo che era bello, intensamente bello. Oggi sono cambiate tante cose, mi guardo allo specchio osservando i cambiamenti del mio corpo, sotto il peso delle esperienze vissute. Ho guadagnato in parole e lessico, per descrivervi tutto ciò, ma ho perso gran parte della potenza immaginifica che da piccino mi permetteva di abbassare le palpebre, e osservare con pieno vigore la mia porta del tempo. Ebbene si, quella porta attira a sè anche  la nostra immaginazione, rendendoci antiche e sporche macchine da routine quotidiana.



Eppure, ancor oggi, vecchio, zoppo e stanco, quando mi siedo per  terra, tra le rocce a mirar l’orizzonte ed annoverar le stelle dipinte sulla tela dell’infinito, come faccio adesso, mentre scrivo le mie lente ed inutili parole, la vedo ancora. La porta. E’ vecchia, logora, ha perso la freschezza di una volta. Con il suo eterno andar delle cose, finisce per logorare se stessa, come logora colui a cui appartiene. I cardini iniziano a cedere, e un giorno cadranno, e quando lo faranno i due stipiti si chiuderanno per sempre. Allora niente più l’attraverserà…l’intera nostra vita sarà smarrita nell’oblio, nel buio assoluto delle terre che si estendono da quella parte. Ma non è ancora questo il tempo. Lei è lì, indebolita, ma ancora solida. E io, benché privo di gran parte della linfa immaginifica che avevo un tempo, la vedo ancora. E allora posso inclinare la clessidra della mia vita, e far scorrere la sabbia un po’ più lentamente. Posso sognare, ricordare, pensare, riflettere di ciò che è stato, e di ciò che sarà. Posso osservare i miei ricordi sbiaditi, mentre si voltano indietro nell’attraversare quella stretta fessura del tempo..e  sorridere malinconicamente. Ma soprattutto posso avvicinarmi a "lei" e ascoltarlo per l’ennesima, rara volta..il cantautore ancestrale, e la sua melodia. Sento tutte  le corde del mondo accordate sulla stessa sinfonia, l’unica in grado di attraversare la porta in senso inverso a tutto il resto. E cosi, con l’anima che danza su quella melodia, piango. Ed è il momento in cui mi sento più vicino a cogliere il senso di tutto, il momento in cui m’illudo di poter accendere una lanterna sulle terre oscure che si estendono al di la del tempo. Ma alla fine anche l’illusione, seppur lentamente, mi abbandona attraverso la porta.

 Ma io sono qui, e sono felice. Questa è la notte, ed è molto altro. Purtroppo anche il potere delle parole ha il suo limite. E allora, se volete anche voi capire, abbandonatevi ad essa, spegnete i vostri sensi e aprire gli occhi della mente, e allora la  vedrete, e udirete. E attraverso gli accordi del buio danzerete.
           ( Andrea Giugno)